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Intervista al preside della Facoltà di Sociologia di Napoli

gianfranco-pecchinendaProf. Pecchinenda: "La facoltà non rischia di chiudere, ma la prospettive non sono rosee"

di Domenico Caiazza

L'allarmismo, in questi ultimi mesi, invade la facoltà di Sociologia di Napoli. Il motivo è un'ipotetica chiusura, o il possibile accorpamento ad altre facoltà, che aleggerebbe a causa degli effetti della riforma Gelmini. Effetti che coincidono con tagli vistosi alla ricerca e al sapere. A farne le spese dovrebbero essere, in modo particolare, le facoltà socio-umanistiche, e in effetti Sociologia rientra in questo gruppo. Per chiarire meglio la reale situazione abbiamo scambiato due chiacchiere con il preside della facoltà, Gianfranco Pecchinenda.
Pecchinenda, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, è preside da appena un anno, dopo aver svolto in precedenza anche il ruolo di direttore del Dipartimento di Sociologia. "L'unico dato certo sulla questione sono gli enormi tagli nei finanziamenti ed una situazione di caos generalizzato, generato dalla cattiva e talvolta pretestuosa divulgazione di questa riforma - afferma subito Pecchinenda.

I possibili effetti di questa riforma sono difficilmente prevedibili e soprattutto avranno conseguenze ed impatti molto diversi a seconda delle discipline. Non sono ancora chiari i requisiti di base per mantenere in vita i diversi corsi di laurea e la reale quantità dei tagli alla formazione che questo disegno di legge apporterà all'Accademia Italiana. Quindi sono impossibili- sottolinea il preside- programmazioni future e adeguamenti da adottare, dato lo stato di caos in cui ci ritroviamo, in primis noi addetti ai lavori principali, ovvero rettori, presidi e docenti stessi."Il preside di Sociologia spiega, poi, quello che sembra essere l'unico dato effettivamente comprensibile, che emerge da questa "ingarbugliata" riforma. "Altro elemento importante (seppure ancora non del tutto chiarito nelle modalità) è l'attuazione di una serie di valutazioni sulle attività delle singole facoltà. Ricerche, didattica e numero di laureati. Insomma appare certa l'instaurazione di parametri più stringenti di valutazione per ogni singola facoltà i cui prevedibili criteri spingono una qualsiasi università e facoltà, nel caso specifico, a programmare attentamente le attività da svolgere in base alle proprie forze interne. Questa è l'unico metodo applicabile per ottenere più fondi, secondo la riforma. Saranno valutati il numero di laureati rispetto agli iscritti, e la quantità delle ricerche svolte. Insomma quanto produce, dati alla mano, una facoltà o una università nel suo complesso. C'è da dire però che la nostra facoltà, rispetto a quella che viene considerata come la migliore Facoltà di Sociologia del nostro paese, la Bicocca di Milano, ha il quintuplo di iscritti e molto meno docenti. Per non parlare dei nostri ricercatori, che a differenza di quelli di altre facoltà, più ricche, devono anche fare i conti con enormi carichi didattici, quindi lezioni, tesi e numerosi altri compiti organizzativi interni, senza che ciò gli venga minimamente riconosciuto. Ovviamente un ricercatore napoletano non avrà i mezzi e soprattutto il tempo per fare ricerca (cioè ciò per cui è formalmente pagato e valutato), di cui invece può godere un suo collega di altre sedi, il che lo rende comparativamente molto svantaggiato. Il problema vero - ci tiene a far emergere il professore - è la scarsa considerazione di alcuni aspetti vitali per il buon funzionamento del sistema universitario, da parte di chi ha governato negli ultimi decenni le riforme. E in genere, quando si ignora la complessità di un problema, si tende a risolvere tutto con paurose semplificazioni, condite da forti dosi di banalizzazioni molto utili all'aumento della popolarità; insomma, si pesca nel 'senso comune'! Ovviamente, anche noi, personale docente, abbiamo avuto le nostre responsabilità, in quanto non siamo stati capaci di sfruttare al meglio le risorse, nel periodo in cui si poteva autogestire la situazione. Trovo comunque assurdo il fatto che la confusione e i tagli invadano solo il campo dell'istruzione e dell'università, ricerca compresa, lasciando in altri ambiti sprechi francamente incomprensibili". Pecchinenda conclude poi spiegando la verità sulla questione dell'ipotetica chiusura: "Allo stato attuale Sociologia non rischia di chiudere i battenti, né tanto meno un ipotetico accorpamento ad altre facoltà. L'unica previsione possibile, visto il marasma generale, è l'orientamento della facoltà verso il numero programmato, che renderebbe la nostra facoltà, più competitiva secondo gli standard di valutazione previsti. Personalmente non sono d'accordo, ma al momento appare l'unica soluzione. Ovviamente chiunque, compresi studenti e noi docenti, può ipotizzare soluzioni alternative, anche se le prospettive non sono affatto rosee."

Ultimo aggiornamento (Giovedì 10 Marzo 2011 15:58)

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