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La Scuola Positiva

di Diana Santucci - Nel 1876 Cesare Lombroso, fondatore e membro illustre della scuola “nuova” positiva, pubblica la sua opera L’ uomo delinquente, avventurandosi così all’ interno di un territorio non suo, quello giuridico appunto, essendo egli un medico antropologo, ideatore dell’antropologia criminale, e vi introduce numerevoli considerazioni rivoluzionarie: il delitto inteso come un fenomeno umano e naturale, (di qui la sottolineatura della necessità di studiare la società umana per comprenderlo); la visione del delinquente come protagonista delle scienze penali quali diritto, antropologia, sociologia criminale; il concetto che la pena debba essere commisurata alla crudeltà del delinquente e la conseguente classificazione degli stessi; il ruolo della prevenzione e la richiesta di riforme essenziali nel campo della procedura penale; l’ introduzione di sostitutivi penali, ossia rimedi che devono sostituirsi a quelli previsti dal codice, al fine di evitare e prevenire il compimento di delitti: insomma, tutti cambiamenti radicali rispetto alle previsioni della scuola classica, ancorata ad una visione del tutto giuridica dell’ ambito penale. Lo scontro tra scuola positiva e scuola classica è durissimo: i padri della vecchia scuola definiscono i positivisti come “invasori”, proprio perché non formati a livello giuridico, etichettando le loro idee come banali ed irrealizzabili, venute fuori senza tener conto che il diritto penale sia scienza integrata, ma pur sempre giuridica (Lucchini). Il primo vero scontro si ha quando Enrico Ferri, membro della scuola positiva, pubblica nel 1881 la sua opera I nuovi orizzonti del diritto e della procedura penale, all’ interno della quale contempla i cosiddetti sostitutivi penali, rimedi considerati come ingenui o privi di senso. Contro tale opera si scaglia Lucchini, il quale non solo ne sottolinea la mancanza di buon senso, ma anche l’ assenza di giuridicità: la scienza penale può avvalersi delle altre scienze, ma non trasformarsi in qualcosa di inesistente ed esulare dalla sua natura giuridica. Il momento più significativo della polemica tra la scuola classica e quella positiva si ha tra il 1885 e il 1886: Ferri accusa la scuola classica di avere il solo scopo di diminuire le pene e abolire molte di esse. Idee opposte emergono subito dalla Rivista penale di Lucchini, la quale etichetta la scuola positiva come una . Successivamente, nel 1886, Aristide Gabelli, nome noto della scuola classica, pubblica un articolo all’interno del quale espone in maniera equilibrata, colta e precisa tutti gli argomenti antipositivisti, ad esso segue un intero volume in cui i figli della scuola positiva, come Ferri, Lombroso, Garofalo e Fioretti danno luogo ad una Polemica in difesa della scuola positiva. Gabelli, in realtà, svolge un’analisi molto dettagliata, all’interno della quale non critica la scuola positiva in linea generale, ma scende nei suoi aspetti specifici, sottolineando che l’antropologia, sebbene possa apportare dei benefici alla scienza penale, non potrà mai, tramite lo studio dei crani difformi delle streghe e degli eretici, dare un contributo al diritto penale. Gabelli, poi, non può rimanere indifferente all’astrattezza del concetto positivista della negazione del libero arbitrio di chi commette dei crimini. Tuttavia la scuola positiva, col passare del tempo, subisce una frattura al suo interno: molti nomi noti come Ferri e Lombroso si allontanano, non solo nei propri rapporti, ma anche dalle loro idee originarie, determinando la presa di distanze da entrambi dei giovani positivisti.

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Luglio 2013 15:09)

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