di Diana Santucci - : così scrisse Carrara nel suo Programma del corso di diritto criminale, evidenziando l’ importanza primaria e necessaria del terzo momento, rappresentato dal giudizio, che conclude l’ iter del magistero punitivo. Considerevole di grande interesse è la funzione essenziale che esso svolge: nella storia del diritto penale i divieti e le sanzioni hanno sempre avuto come ultimo fine il giudizio, infatti, nell’ ipotesi in cui venisse a mancare, il divieto e la sanzione non troverebbero attuazione. In particolare Carrara illustra la nascita della vendetta privata e la sua evoluzione: nei tempi primitivi, la vendetta della vittima è un diritto, un modo per ottenere un risarcimento e ottenere soddisfazione; rappresenta un mezzo ordinario di giustizia, di carattere privato, tanto da non coinvolgere i poteri pubblici. La vendetta però non è pratica priva di inconvenienti per la vita associata: i poteri pubblici la contrasteranno cercando di orientare i cittadini verso modi di conseguimento della soddisfazione diversi da quello che si risolve nel fare all’ altro quello che lui ha fatto a te. Si delinea così un nuovo modo di fare giustizia, in cui al penale viene impresso un forte carattere di pubblicizzazione: i governi cittadini, avvertendo che la giustizia penale è un decisivo mezzo di governo e che non ha senso lasciarla alla sola iniziativa delle vittime, affermarono un’ altra l’ idea di giustizia: quella che combatte il crimine dall’ alto, quella che assicura la vendetta pubblica e punisce per retribuire, ma anche per dissuadere attraverso la “pena esemplare”. Nasce così la giustizia negoziata che inizialmente si basa sul consenso, e successivamente sulla certezza. Quindi, appartenenza, protezione, e consenso non fanno altro che rimandare al carattere comunitario della giustizia negoziata. I giudici iniziano ad agire ex officio, per dovere, indagando a vasto raggio, incoraggiano le accuse perché i delitti non restino impuniti. Si impone il principio per cui chi commette un delitto danneggia la sua vittima, ma offende anche la Respublica, che ha il diritto di soddisfarsi infliggendo una pena. Al giudice vengono accordati strumenti assai come l’ uso della tortura e poteri arbitrari in ordine al modo di procedere alla raccolta delle prove e alle pene da applicare. Il nuovo modo di fare giustizia assume rapidamente caratteri egemonici: riduce gli spazi della trattativa in materia penale imponendo l’ idea che non c’ è giustizia senza punizione del colpevole. Questa “nuova giustizia” egemonica si fonda così su quattro presupposti tecnici: la legge, l’ azione, la prova, la pena, senza però dimenticare l’ importanza degli apparati. La legge costituisce il fondamento primario per una giustizia che privilegia la via della certezza, infatti da un lato la legislazione è caratterizzata da rare costituzioni imperiali, statuti, ordinamenti e dall’ altro i giuristi, interpretandoli, produrranno altre norme, cercando di orientare la pratica della giustizia. L’ azione e la prova si vengono a configurare come i due grandi pilastri del processo pubblico, a carattere inquisitorio, che sostanzia la giustizia di tipo egemonico. L’ azione può essere privata, di carattere discrezionale, oppure pubblica, in questo caso obbligata, orientando così per vie differenti le forme processuali al fine di raccogliere le prove. La giustizia di tipo egemonico si serve di un processo a prevalente azione pubblica nel quale la raccolta delle prove è affidata al potere di inchiesta del giudice ed è supportata da mezzi coercitivi. Inoltre Carrara sottolinea il fatto che per questo tipo di giustizia egemonica L’ obiettivo è quello di mettere il giudice in condizione di punire coloro che hanno provocato un danno; la pena deve essere mezzo di esempio e dissuasione, un espediente retributivo. Si introducono così concetti come “responsabilità penale”, “colpevolezza”, “elemento psicologico”. Infine gli apparati sono prodotti dagli stati per amministrare persone, risorse, rapporti, e quindi la stessa giustizia egemonica.