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Caratteri dei modelli processuali

di Diana Santucci - Nel corso dell’ Ottocento il giurista lucchese, Francesco Carrara, pone l’attenzione sull’esistenza di diversi tipi di processo, più o meno diffusi in tutta Europa, nelle varie epoche storiche. A questa materia è riservato uno spazio decisamente maggiore all’interno del Programma, in cui il giurista ottocentesco descrive le maggiori caratteristiche dei vari sistemi processuali senza esimersi da critiche. Dall’ opera carrariana emergono tre tipi di processo: accusatorio, inquisitorio e misto, i quali non hanno caratteristiche molto distanti dai sistemi processuali attuali. Di grande importanza, invece, è sottolineare come il passare del tempo e la riflessione giuridica, abbiano portato l’ordinamento italiano ad adottare sistemi processuali diversi all’alba dell’unificazione, nel periodo post-fascista ed in quello odierno. Carrara opera una correlazione tra sistema accusatorio e regimi democratici, da un alto, e tra sistema inquisitorio e regimi assolutistici dall’ altro. Già nel periodo medievale era denominato inquisitorio quel sistema processuale che attribuiva al giudice il potere di attivarsi d’ufficio per ricercare i reati e acquisirne le prove. L’organo detentore dell’iniziativa processuale era il giudice inquisitore. Sempre nello stesso periodo era denominato accusatorio quel tipo di processo nel quale il giudice non esercitava alcun potere d’ufficio, poiché erano le parti ad avere l’iniziativa. L’avvio del processo, il suo svolgimento e la ricerca delle prove erano lasciati ad una parte: l’ accusatore. Al giudice era attribuito solo il potere di prendere decisioni di richiesta di parte. In linea generale si dice che il sistema inquisitorio si basa sul segreto e sulla scrittura, mentre il sistema accusatorio si fonda sul contraddittorio e sull’oralità. Tali tipi ideali di processo si sono combinati in concreto secondo modalità differenti nelle varie epoche. La maggior parte degli ordinamenti sono di tipo misto. Carrara rimarca la contrapposizione tra i due sistemi nella differenza tra oralità e scrittura: in base a ciò sarebbe prevalentemente inquisitorio quel processo che permette al giudice di decidere su prove scritte, e cioè limitandosi a leggere i verbali di atti compiuti in un momento anteriore da parte di altri soggetti; viceversa, sarebbe prevalentemente accusatorio qual processo che impone al giudice di decidere soltanto in base a prove che siano assunte oralmente davanti a lui, le prove assunte in precedenza non possono essere utilizzate dal giudice per accertare la reità dell’imputato. Purtroppo non è sufficiente attuare l’oralità se si vuole predisporre un processo accusatorio, in quanto è pericoloso disinteressarsi di tutta quella fase che precede il giudizio ma occorre preoccuparsi che anche in essa siano presenti garanzie. Prendendo le mosse da questo quadro, il campo di ricerca viene delimitato ad un contesto concreto particolarmente significativo per il sedimentarsi di vari filoni giuridico - culturali: la vicenda della Toscana nel susseguirsi delle riforme leopoldine e nella loro complessiva o parziale persistenza nei due decisivi periodi successivi della dominazione napoleonica e dell'unificazione legislativa del Regno d'Italia. La situazione toscana appare particolarmente interessante poiché consente una pluralità di approcci a motivo della complessità delle sue oscillanti fasi di sviluppo. E' la Toscana infatti che rappresenta uno dei massimi laboratori di riforme illuministiche. Non è un caso infatti che la grande riforma della giustizia criminale di Pietro Leopoldo sia stata preceduta da una meno nota, ma altrettanto essenziale riforma della organizzazione della polizia, e che il medesimo testo contenente le riforme criminali fosse stato concepito in stretta simbiosi con un radicale ripensamento delle stesse forme processuali, manifestando così una lucida consapevolezza di una verità oggi largamente dimenticata, ovvero quella della indissociabilità della progettazione di diritto penale sostanziale e processuale. Così la ferma richiesta contro la segretezza del modello inquisitorio che si esprimeva nelle parole di Beccaria: , trova, proprio in una decisa cesura con la tradizione "offensiva" dell'istruttoria, una concreta applicazione nell'articolo XIII della Leopoldina. La centralità della tematica della riforma della fase istruttoria diventa un punto di forza proprio perché si cerca di superare complessivamente il modello inquisitorio, ponendo fine al sistema della prova legale, al computo quantitativo degli indizi, al regime della prova privilegiata, ma soprattutto prevedendo l'allargamento dei diritti di difesa e assicurando il risarcimento del danno in caso di ingiusta carcerazione. Con il sopravvenire del regime napoleonico il movimento riformatore, pur non arrestandosi, subisce un innesto di particolare interesse rappresentato dal modello processuale francese che costituisce, vista anche la sua peculiare rielaborazione nel codice Romagnosi del 1807, l'inizio di un indirizzo dominante nella legislazione processuale-penale italiana dell'Ottocento, tanto da dar luogo già nell'Italia preunitaria ad una sorta di comune sostrato tecnico-legislativo e di modello italiano di processo penale misto. Ma, come del resto notava acutamente Francesco Carrara: , proprio nella Toscana napoleonica assistiamo a peculiari tentativi autonomi quali il codice del Principato di Piombino del 1808 e il codice lucchese del 1807, che sarà tra l'altro oggetto di una importante riflessione nel discorso carrariano Sulla cessata procedura lucchese. In Toscana, però, la ristrutturazione degli organi giudiziari conseguente alla caduta del regime napoleonico complicò il quadro. In un primo momento infatti si affermò la volontà di un ritorno all'antico che porta in particolare, con l'editto dell' 8 luglio 1814, alla creazione di un ordinamento piuttosto complesso e frammentato che non apparisse molto dissimile da quello consolidato in Toscana alla fine dell' Antico Regime. Un ulteriore e decisivo sviluppo fu rappresentato dalla riforma organica del 1838 che presenta spiccati caratteri di originalità derivanti anche dal tentativo di mediazione tra il sistema napoleonico e una razionalizzazione dei tradizionali organi di giustizia. Tale riforma costituì uno degli oggetti principali di indagine specifica nel corso della ricerca. Infatti la riforma del '38, che ebbe vigore sino all'unificazione legislativa del Regno d'Italia, attribuì un carattere del tutto peculiare alla figura del pubblico ministero. Questa figura infatti si delineava come la confluenza di ben diversi caratteri propri dei due modelli: totale estraneità alla dipendenza ad ogni ramo del potere esecutivo, subordinazione alla autorità presidenziale, esclusione di ogni ingerenza di polizia, tutta concentrata nei Delegati di Governo, privazione di ogni supremazia sulla Curia, riservata invece alle Camere di Disciplina e al Ministro di Giustizia; un pubblico ministero insomma che .

 

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